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Nagorno Karabakh, è ora di trattare

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Nagorno Karabakh, è ora di trattare

Messaggio  Onoff il Lun Ott 12, 2009 11:32 am

Se non altro non si potrà dire che manchi la buona volontà. Per la quinta volta negli ultimi dieci mesi i presidenti di Armenia e Azerbaijan si sono incontrati per discutere del Nagorno Karabakh e tentare di comporne il conflitto. Il presidente armeno Serzh Sarkisian e la sua controparte azera Ilham Aliyev si sono parlati ieri per oltre tre ore a Chisinau, in Moldova, a margine di un summit tra le ex repubbliche sovietiche. Francia, Russia e Stati Uniti membri del gruppo mediatore Osce di Minsk, hanno espresso una certa soddisfazione per i contenuti e la modalità della discussione. Anche se le due parti non hanno annunciato la nascita di un accordo concreto, Sarkisian e Aliyev hanno lavorato per sviluppare ulteriormente i Principi Base su cui fondare la soluzione del conflitto in Nagorno Karabakh.

Mai così vicini. Armenia e Azerbaijan non sono stati mai così vicini e per la prima volta si può parlare di uno spiraglio per la piccola enclave montagnosa, l'isola etnica armena circondata dalle terre azere. Il nodo del Nagorno Karabakh si trascina dal 1918, da quando Armenia e Azerbaijan si liberarono dal giogo dell'impero degli zar. Dopo soli tre anni i bolscevichi imposero il loro controllo nel Caucaso meridionale e il Nagorno assunse lo status di regione autonoma all'interno dei confini azeri. Nel 1988 le autorità di Stepanakert, la capitale del piccolo territorio, chiesero di essere annessi all'Armenia. Mosca non fece in tempo a rispondere alla richiesta poiché da lì a un paio di anni l'Unione Sovietica ammainò la sua bandiera. In Nagorno Karabakh fu allora organizzato un referendum e Stepanakert si dichiarò indipendente. Indipendenza che non è stata riconosciuta da alcun paese, neanche dall'Armenia. Baku si sentì autorizzata a difendere la propria integrità territoriale, ma il piccolo esercito dell'enclave armena respinse le forze azere conquistando in più una zona cuscinetto costituita da sette distretti azeri. Il conflitto, in atto ormai da venti anni, ha fatto registrare la morte di 30 mila persone e oltre un milione di rifugiati. Nel 1993 la Turchia, solidale con i musulmani azeri chiuse la frontiera con l'Armenia (la cui riapertura è in discussione in queste ore) a maggioranza cristiana. Il cessate il fuoco concordato nel 1994 è stato ripetutamente infranto dall'una e dall'altra parte. A controllare che venga rispettato c'è un solo uomo dell'Osce, Andrzej Kasprzyk, il quale effettua dei sopralluoghi mensilmente dopo aver comunicato alle parti il luogo e l'ora delle sue indagini.

Le differenti posizioni dell'opinione pubblica. Nonostante l'ottimismo del gruppo di Minsk e la buona volontà mostrata dai due presidenti, l'opinione pubblica e i partiti di opposizione nei due paesi non condividono lo stesso entusiasmo di chi vede uno spiraglio. Sembrerebbe, dall'una e dall'altra parte, che accettare un accordo di pace vorrebbe dire arrendersi. Agli armeni mantenere lo status quo va benissimo. Tutt'al più si dovrebbe permettere agli abitanti del Nagorno Karabakh di effettuare un nuovo referendum che determini lo status della regione: indipendenza o annessione all'Armenia. A Baku, invece, c'è una certa fretta a risolvere al più presto la questione territoriale, nel senso che il Nagorno non si tocca, è terra azera. In più c'è da riprendere l'ulteriore porzione di territorio occupata dagli etnici armeni fuori dal Nagorno Karabakh sin dal 1991.

La necessità di una soluzione. I mediatori Osce premono perché si giunga a una soluzione. Il quadro della situazione è molto chiaro: se si dovesse arrivare a un nuovo strappo, il cessate il fuoco non durerebbe a lungo e gli osservatori conoscono molto bene i bilanci destinati agli armamenti dei due paesi che sono in continua crescita. La presenza del cessate il fuoco non ha evitato, quest'anno, l'uccisione di almeno 30 soldati e il ferimento di un'altra cinquantina (anche civili). Le trincee continuano ad avanzare l'una verso l'altra e in alcuni punti ci sono solo 20 o 30 metri a dividere le due postazioni. Il 22 dicembre scorso Baku ha inviato una lettera al Palazzo di Vetro di New York in cui si rivendicava il diritto dell'Azerbaijan all'autodifesa così come sancito dall'articolo 51 della Carta Onu. In altre parole se i colloqui di pace dovessero fallire l'Azerbaijan ha il diritto di revocare il cessate il fuoco e di usare la forza per riprendersi i territori occupati. In tutta risposta gli indipendentisti armeni hanno tenuto tra febbraio e maggio scorso cinque esercitazioni militari su larga scala che a Baku hanno interpretato come atto ostile e intimidatorio.

I Principi di Madrid e la Dichiarazione dell'Aquila. Questi i due documenti su cui poggiano le speranze della comunità internazionale. Quelli generici di Madrid prevedono tre punti fondamentali che sono il non uso della forza, l'integrità territoriale e l'autodeterminazione. Entrambe le parti hanno accettato la cornice in cui operare ma ovviamente rimangono delle differenze su cui l'Azerbaijan vuole discutere. La Dichiarazione dell'Aquila, emessa a margine del G8 lo scorso luglio, disegna in maniera più netta i contorni delle trattative: un'operazione dipeacekeeping gestita dall'Osce che garantisca il cessate il fuoco e gli standard si sicurezza; l'abbandono delle forze armene di almeno sei dei sette distretti occupati fuori dal Nagorno Karabakh; uno status provvisorio per la regione; l'apertura del corridoio Lachin, una striscia di terra azera che collegherà l'Armenia al Nagorno Karabakh; rientro dei profughi azeri e - nota dolorosa per Baku - referendum (in un futuro non precisato) sullo status definitivo della regione indipendentista.

Il gioco è nelle mani delle parti in causa, ma il ruolo di arbitro, delicatissimo, spetta a Francia, Russia e Stati Uniti che hanno il compito di illustrare ad Azerbaijan e Armenia il futuro nero della guerra che li attende in caso di fallimento.


di Nicola Sessa
Link: http://it.peacereporter.net/articolo/18269/Nagorno+Karabakh,+%26egrave;+ora+di+trattare

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